Belus – Yule

Merry Yule!

 

Music on Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=p3bQlJygtVM

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Ursa

 

Best wishes!

 

Hail Odin!

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Belus – Ursa Major

Belus – Ursa Major

Album: Ursa Major, Ursa Minor

Track on Youtube: https://youtu.be/Pvt93Fycmew

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E. Dulac, The Dreamer of Dreams (1915)
E. Dulac, The Dreamer of Dreams (1915)

Versione italiana:

 

Siamo i suoi figli, embrioni

gli unici scelti nell’acquario celeste;

lei conta i possibili noi che, onorevoli,

ci affidammo alle sue unghie affilate.

Siamo il grembo infinito, gli incappucciati,

i vedenti: in sabbia rossa inumati

da noi prenderanno il cranio e la tibia

per poter diventare ancora

noi

siamo il labirinto, l’orma,

l’uccello di Horus vendicatore di morti,

di padri siamo la carne che muta

e mutando ritorna.

Entra nell’amnio celeste,

portale doni di miele,

ingrassa la bestia,

possiedi il tuo corpo: il tuo antenato

che tanto ti ha atteso.

Vedrai le sponde sfumare

nel perpetuo infinito,

modulando il canto dell’Orsa Maggiore

nostra lampara nel pelago della dimenticanza.

Porta lo sguardo sicuro nel cielo,

lì guarda la corsa spermatica:

il letargo è finito, sulla cruda roccia

s’affila le unghie Colei

che ti sceglierà come destino

di eterno ritorno.

 


 

English version:

 

We are her children, embryos

the only one chosen in the celestial aquarium;

she counts the honourable us

who entrusted ourselves to her sharp nails.

We are the infinite womb, the hooded ones,

the visionaries inhumed under red sand,

from us our grandchildren will take the skull and the tibia

to be able to become again us.

Er are the labyrinth, the footprint,

the Horus’ bird avenger of the dead,

we are our fathers’ flesh that changes

and changing it will return.

Enter the celestial amnion,

bring her honey gifts,

fatten up the beast:

you must own your body, your ancestor

that has waited for you so much.

You will see the edges fade

in perpetual infinity

modulating the singing of the Ursa Major,

our light in the sea of forgetfulness.

Keep your eyes steady in the sky,

there you’ll see the sperm rush:

the hibernation is over,

on the raw rock she sharpens her nails

and she will choose you as destiny

of eternal return.

Orma orso
Lascaux, (She)bear’s footprints

 

Heill Óðinn!

Belus – Attraversando la foresta in cerca della dimora del nano (Metempsicosi)

Belus – Attraversando la foresta in cerca della dimora del nano (Metempsicosi)

Album: Ursa Major, Ursa Minor

Music on Youtube: https://youtu.be/3tTbey_7r9k

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G. Doré, Deer in a forest landscape

In un tempo indefinito nel trascorrere degli anni, dei secoli, un giudizio si formulò. Quando l’uomo si svegliò, non ricordava nulla di ciò che era successo, senza avere conoscenza di quanto tempo fosse trascorso. Giaceva a terra ai piedi di un portale, tra due grandi massi ricoperti di muschio. Si trovava in una immensa, oscura foresta. Il tempo gli sussurrava che era giunto il momento di alzarsi e procedere. Un sentimento intimo, come l’avesse sempre saputo dentro di sé. Vide il suo bastone piantato nel terreno e sulla punta di esso, un piccolo uccello bianco era appollaiato, immobile. Si avvicinò e lo estrasse, ma l’animale non sembrò impaurito. Poi vide possenti pareti di roccia incise, solcate da lunghi graffi. Entrò in una gola stretta: nonostante l’oscurità della notte, l’uomo poteva vedere distintamente le figure e i contorni delle cose. I solchi sulla nuda roccia erano profondi, incisi da una bestia in preda al panico o impazzita. Ma i graffi sembravano trasformarsi in indicazioni, come se fossero chiari segnali, e seppe come proseguire, mentre le forme diventavano più dolci, dove l’istinto si trasformava in segno e l’incoscienza in coscienza. E i labirinti dipinti, incisi o solcati sulle pareti mostrarono il simbolo, la runica parola, l’indicazione che il viaggio non era terminato: doveva cercare dentro sé stesso, nel profondo della sua essenza per trovare la via d’uscita. Sentì un oggetto caldo stretto nella mano, la aprì e vide un ciondolo, una moneta d’oro. Lo ripose nel borsello legato alla cintura e iniziò a camminare.

Ecco di nuovo il profumo del legno arso, l’acre odore che aveva respirato da immemore tempo. Sapeva di avere avuto dei ricordi, ma quei ricordi ora non gli appartenevano, erano stati lavati via dalla sua mente, erano fuggiti, come immersi in un liquido alcolico per essere lasciati riposare ma, al contempo, per essere preservati.

Orma orso
Lascaux, (She)bear’s footprints

Riconobbe le incisioni: qualcuno le aveva lasciate. Istintivamente, prese una pietra appuntita e incise un altro segno, il settimo di una fila incompleta. Sapeva che l’avrebbe ritrovato. Procedette tra le alte pareti, il suolo saliva e si avvicinava al congiungimento delle rocce sopra la sua testa, dovette aiutarsi con le mani per mantenere l’equilibrio, un senso di soffocamento lo invase. L’agitazione saliva ad ogni passo, le mani appoggiavano sulla roccia stranamente tiepida, di un torpore innaturale. Poi, all’improvviso, i massi si fecero bassi, non arrivavano più a toccarsi sulla cima, e vide ancora la foresta. Un sentiero più lineare e agevole si apriva di fronte all’uomo che, come per liberarsi di quel senso di malessere, pianse, vedendo gli alti fusti degli alberi, il verde scuro e bluastro del bosco notturno.

I passi dell’uomo risuonavano sul terriccio. Ma il rumore fu coperto da forti ululati di bestie che si avvicinavano. L’uomo vide un grosso animale dal pelo grigio e liscio che lo seguiva tra i fusti degli alberi. A intermittenza appariva e scompariva e il cuore dell’uomo iniziò a tremare. Un lungo ululato seguì dall’altro lato, e un altro ancora. L’uomo, camminando a passo sempre più rapido, comprese che quegli animali dal muso affilato lo stavano seguendo da tempo. Gli occhi scintillavano di avidità, le zampe si muovevano veloci, agili, e i musi lo fecero inorridire: le fauci aperte grondavano sangue nero. All’improvviso l’uomo cedette, e come trasportato da una forza esterna che si impossessò del suo corpo, del suo essere, iniziò a correre sempre più veloce. Gli animali lo inseguirono: correvano ma non riuscivano ancora a raggiungerlo. Accelerò ancora e si ripromise di non guardarsi alle spalle, per non vedere i selvaggi musi, i denti affilati, gli occhi ammalianti e bramosi.

cappuccetto rosso
Little red riding hood meets the wolf in the forest

Gli alberi si infittirono e le radici tornarono a ghermire il sentiero, un cumulo di basse pietre levigate bloccarono il passaggio. L’uomo vi si arrampicò, mentre le belve saltavano e il suono delle fauci che si chiudevano vicino alle sue gambe lo fece precipitare nel panico: la roccia si confuse, i muschi scivolosi e unti divennero una massa informe, nera, i fusti degli alberi formarono una fitta rete, come un’immensa ragnatela. Una volta salito in cima al masso più alto, il settimo, il dislivello lo fece barcollare e le vertigini si impossessarono della sua vista. Iniziò a correre, mentre le bestie erano già riuscite a raggiungerlo. Intorno all’uomo tutto sembrava crollare, il respiro divenne affannoso, sentiva il sangue pulsare nelle sue vene, nei suoi fragili capillari, mentre il cuore bloccava i polmoni e la mente sembrava annebbiata da una foschia confusionale. Procedendo, l’uomo non si accorse di non vedere più distintamente le cose, ma l’istinto lo conduceva, lo portava per mano, come se le gambe si muovessero da sole e sapessero con precisione dove dirigersi. Una nebbia lattea si diffuse tra gli alberi, una sostanza densa e quasi palpabile nella quale l’uomo pareva nuotare, ansimando, come se stesse per annegare.

Ad un tratto la luce notturna, quel chiarore oscuro e bluastro cessò, immergendo l’ambiente in un grigio bagnato. Gli alberi erano velati ma palpitanti. In quell’istante l’uomo si accorse di essere fermo, teneva il bastone tra le mani, sulla punta del quale il piccolo uccello era appollaiato, come se la corsa e l’affanno, tutta l’agitazione e il delirio di qualche attimo prima non fossero avvenuti. Il pensiero delle bestie che lo seguivano si era spento, non ricordava, e le belve erano scomparse dietro di lui, o forse dentro di lui. Sentì di nuovo l’odore acre del fumo mischiarsi con il muschiato della nebbia e della vegetazione. Un calore odoroso si faceva largo tra il freddo e l’umidità dell’aria. E un bagliore rossastro, palpitante, pareva provenire da dietro un gruppo di alberi. Procedette verso quella luce diffusa che dipingeva appena la nebbia, sentendo il calore pervadere il suo corpo, mentre gli arti ancora vibravano di adrenalina.

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Shishkin, Sunny day

Era una bassa capanna con i muri scuri di pece, il tetto di paglia sostenuto da travi di legno e un comignolo che sputava fumo abbondante e leggero. Su una finestra, l’unica, un cestello coperto di panni ricamati si colorava della luce fulva che proveniva dall’interno. La porta era piccola, un asse di legno possente e vecchio; l’uomo si avvicinò, la spinse, era aperta. Sulla soglia vide l’interno: un letto e, sulla parete di fronte all’ingresso, un camino ospitava un vivido fuoco. L’uomo entrò con deferenza, il calore del fuoco era piacevole in quell’ambiente stretto, accogliente. Un letto e un tavolo erano gli unici arredi, e sul tavolo sette statuette di pietra rappresentavano una fila di puerpere. Si avvicinò al letto: si sentiva stanco, lo era da secoli. La capanna sembrava costruita per una misura d’uomo decisamente minore di quella di un adulto, perciò l’uomo doveva restare chino: solo nella parte centrale del tetto la trave di sostegno era più alta. Appoggiò il bastone con il volatile immobile ritto sulla sponda del letto e quando fece per sedervisi sopra, vide qualcosa muoversi al di sotto della coperta rossa. Tirò la coperta e vide un neonato bianco divincolarsi e guardarlo, sorridere e indicarlo con un piccolo dito. Un attimo dopo aprì gli occhi e si accorse di essere disteso sul letto che, da quella prospettiva, era molto più grande rispetto a quanto sembrasse prima. Vide l’uccello sul bastone spiegare le ali e volare fuori dalla porta socchiusa. Un mantello giaceva ai piedi del letto. Si sentiva ricoperto di una sostanza appiccicosa, biancastra. Fece per muoversi ma non riuscì a voltarsi. La stanza sembrava più grande, immensa, e lui guardava con occhi curiosi il mondo circostante, confuso, scoprendo ad ogni sguardo un oggetto, qualcosa di nuovo che lo stupiva e lo incuriosiva. Indicava con un dito un punto fisso verso la porta che una folata di vento aprì piano. Una luce irruppe nella stanza, calda e gioiosa. Fuori il sole era sorto.

Gustave Doré, cappuccetto rosso
G. Doré, Little red riding hood

Belus – Lungo la riva dell’Averno

Belus – Lungo la riva dell’Averno

Album: Ursa Major, Ursa Minor

Music on Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=6P-NJirAIzI&feature=youtu.be

Dopo ore, forse giorni o anni, secoli di cammino, il Viandante aveva perso l’orientamento: non importava dove andare, perché il dove e il quando lo avrebbero suggerito le radici, le foglie, i rami degli alberi, le pietre ammantate di muschio, lo avrebbero condotto gli insetti minuscoli con la loro danza sublime e cantante, e il fruscio del vento lo avrebbe accompagnato.

Il tempo non era maturo, ancora doveva vagare, e camminando si sentiva leggero, più libero. Il fardello degli anni sembrava levarsi dalla sua pelle, evaporare, la stanchezza negli occhi appassiva, ma il suo corpo seguiva uno strano processo, si asciugava, rinsecchiva. Il peso della materia non sembrava ostacolarlo, la gravità che tiene al suolo le cose del mondo sembrava diminuire nel bosco e la sua mente avvertiva quel processo, ne era partecipe.

I ricordi erano confusi, non si distinguevano, erano uniti in un amalgama informe, diventavano una massa grigiastra man mano che entrava nel più profondo della foresta. Reminiscenze sconosciute l’avevano intimorito prima, secoli prima, ora solo qualche sensazione si distingueva come un profumo effimero, un colore non nitido. Ma i pensieri, le memorie affollavano la sua mente, entravano e uscivano con violenza. La sua mente volava, separata dal resto del corpo, a mezz’aria. Aveva la sensazione di potersi osservare dall’alto mentre camminava: procedeva senza fatica ma lentamente, forse era il tempo che si sospendeva attorno a lui, al suo corpo o alla sua mente, o forse era lui stesso che avanzava con passi interminabili. Tutto era confuso, aggrovigliato. In certi momenti credeva di essere ben radicato nel terreno, come una lunga escrescenza delle radici del bosco, degli alberi, del suolo. Sentiva la sua metà legata a lui, alla mente, ed era contemporaneamente l’altra parte e questa, unite da un filo invisibile da cui scaturiva un torrente d’essenza presente, un legame che sentiva.

Gustave Doré, A stream in the forest of Fontainbleau
G. Doré, A stream in the forest of Fontainbleau

Il rumore dello scorrere d’acqua, leggero e lento, costante, lo richiamava e sembrava molto vicino. Il Viandante scoprì di non vedere più con gli occhi del corpo: avvertì un fiume gettarsi in un lago nero ma limpido, lo percepì con una vista interiore che aveva sperimentato soltanto come memoria, nella sua mente. Vicino alla sponda percepì alcuni massi, una specie di porta che si apriva sul lago, carica di energia che, simile ad un magnete, lo attirava. Oltrepassò le tre pietre, due di lato e una trasversale, e si immerse nell’acqua che non sentì sfiorare la sua pelle, ma che pian piano dissolse la confusione dei suoi pensieri. L’acqua era come una nuova dimensione tiepida, inodore e leggera come l’aria che circonda un corpo avvezzo al suolo terrestre, ma popolata dai ricordi che fuoriuscivano dalla sua mente, creando una corrente di immagini, e altre persone, volti, mani erano trascinati, uniti alla sua mente, pensieri, ma già essenze a sé stanti travolte da immemorabile tempo, sgorgate da chissà quale fonte. E parole, parole unite, incomprensibili e spezzate correvano, odori confusi, suoni cacofonici come un unico molteplice urlo. Ma i suoni nella mente del Viandante, le voci e i rumori, assieme a tutti i ricordi, iniziarono a decrescere, l’intensità andava ad esaurirsi, creando un concerto indistinto all’esterno, lontano, sempre più lontano. E, ad un tratto, il silenzio. Il Viandante smise di riconoscere l’esterno e sé stesso, il pensiero collassò, svuotato di ogni idea, diventando idea esso stesso. Riempitasi di nulla, completamente priva di memorie, non plasmabile dall’esterno, la mente del Viandante cessò ogni attività, immergendosi in un liquido nulla, incolore, come un contenitore vuoto ricoperto di soffice ovatta. Percepiva l’incomunicabile, il non detto, il non immaginato: era pensiero.

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“Deyr fé,
deyja frændr,
deyr sjalfr it sama,
en orðstírr
deyr aldregi
hveim er sér góðan getr”

“Muoiono le mandrie,
muoiono i familiari,
morirai anche tu allo stesso modo.
Ma la fama
non muore mai
per chi ne ha una buona”

Belus – Il Viandante

Belus – Il Viandante

Album: Ursa Major, Ursa Minor

Music on Youtube: https://youtu.be/S5GqtLNjUec

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G. Doré, Deer in a pine forest

Le soglie della foresta erano dipinte di un biondo serale, mentre le foglie quasi inermi dondolavano impercettibilmente invocando il silenzio notturno. Il passaggio di qualche piccolo animale fece frusciare i cespugli rigogliosi, gravidi di bacche sanguigne. Qualche bacca carnosa precipitò danzando con gli ultimi balzi di vita: da quel momento iniziò a imputridire.

Il sentiero era nascosto dai grandi fusti scuri degli alberi e dalle fronde che ciondolavano abbandonate, come in un sublime inchino. Il sentiero era di terra battuta, ma il raro passaggio di carri e persone l’aveva fatto germogliare di radici a fior di terra, arbusti e piante infestanti in cui sembrava immergersi come un molo sul mare; a tratti riemergeva da quella flora scura, scintillando di una brillantezza serpentina, un longilineo mostro le cui scaglie umide riflettevano i deboli raggi solari spezzati. L’orizzonte si perdeva dietro la barriera della vegetazione, ondeggiava sul suolo irregolare di massi, muschi e radici. Il rovere si mescolava a un vago e delicato profumo di rosa, che invase le narici attente ed esperte del Viandante immobile sulla soglia del bosco. Certi odori, profumi, suoni e giochi di luce gli ricordavano sensazioni trascorse da secoli, come se le avesse provate un attimo prima. Malattie curate con unguenti e decotti, giorni trascorsi ad attraversare intere pianure, dolori accecanti su campi di battaglia e poi il vuoto, la morte, amnesia, e non ricordava il passaggio, il filo che univa la sua vita a quei pensieri. Quale vita?

Il Viandante era fermo, immobile ai piedi della foresta, impugnava il bastone nodoso come i rami degli alberi che sembravano accoglierlo, invitarlo ad entrare, il lungo mantello scuro cadeva inerme fino a terra. Con un solo occhio, guardava perso le profondità della foresta. Pensava al cammino compiuto e a quello a venire.

Era lì un momento prima, ricordava di esserci stato da sempre. E sentiva voci sussurrare nella sua mente che lo chiamavano come pensieri che tornano, come ricordi smarriti che all’improvviso si manifestano, epifanie di chissà quale vita vissuta. I segreti delle pietre si erano aperti, li aveva letti senza difficoltà, e ora sembravano invadere la sua mente. Quell’istante in cui era fermo sulla soglia dello sconosciuto abisso, quel momento si espandeva nei secoli, nelle ere, e prendeva forme diverse, ricordi altrui. Lì, alle porte della foresta, il Viandante era solo, attendeva, osservava i pensieri che si scolpivano nella sua mente. Lì, egli ricordava ma non comprendeva, come in estasi; un fluire di memorie nella sua immobilità avviluppava il mondo circostante. Ogni sensazione era un ricordo. Una piccola piuma si era posata sul suo bastone.

Quando il tempo gli avrebbe consigliato di procedere, avrebbe fatto un altro passo verso gli alberi. L’anello d’oro scintillava come un secondo sole, riflettendo la luce del primo che scuriva in un porpora acceso. L’astro era prossimo a scomparire dietro alle vette dei monti, alle spalle del vecchio. Ma la strada che aveva percorso il Viandante non era un’unica strada, era un insieme di vie, di tramonti, di anni, come un fascio di erbe aromatiche tutte diverse, in un profumo acre e confuso. Bisognava discernerle, sfilarne una alla volta, per poterle riconoscere. E per distinguerle, necessitava di un pensiero superiore, acquisito con l’esperienza e con il ricordo di altri anni immemorabili, raccontati, passati di parola in parola, di età in età, simboli della Tradizione di cui lui era il custode. E una piccola piuma si era posata sul suo bastone.

G. Doré, Paesaggio di montagna
G. Doré, Paesaggio di montagna

Ecco l’artemisia, l’erba di Artemide, che aveva alleviato la sofferenza di una ferita, e l’ombelico di venere, quand’era stato vecchio una volta. Ecco la salvia dei prati, quel profumo di pietanze consumate nell’ormai scomparsa osteria, sosta di un viaggio di secoli fa, ed ecco la clematide con quell’ape all’interno del fiore che frugava vorace nell’amato giardino, così antico che il suo ricordo è diventato tutto quel piccolo fiore biancastro. Ecco la fumaria, la compagna delle lunghe sere in cui non riusciva a dormire e il cuore batteva veloce, bevanda gradita il cui profumo riempiva la ciotola e tutto l’ambiente ai piedi del fuoco quasi soffocato sotto le braci. Ed ecco l’alchimella fiorita, compagna della traversata sotto il sole cocente di giugno, e l’anice che aveva curato la nausea su quell’orribile mare. Ecco la piantaggine, ultimo profumo che aveva avvertito mentre rantolava col viso a terra, trafitto da una lancia sconosciuta, quel giorno in cui era morto sul valico.

Le nuvole si impossessarono del cielo, mentre gli ultimi raggi solari formavano fasci sanguigni, corone dei monti. Dalle profondità del bosco proveniva una sinistra aria fredda, soffiata dalle conche dei massi, sotto le radici degli alberi, respiro dei muschi. Forse un fiume si snodava poco distante. Un fiume tetro che scorreva giù dalla notte. Gli animali cercavano riparo per il riposo notturno, un riparo sicuro. E il riparo del vecchio sarebbe stata l’intera foresta, ampia come un grembo in cui la vita muore e rinasce. Quando l’ultimo raggio di sole scomparve, lasciando dietro di sé un bagno di luce sparsa e fugace, dall’interno del bosco il Viandante sentì provenire un filo di fumo, odore acre di legna bruciata. Un bivacco o una capanna? Un riparo ulteriore, più piccolo e intimo. Un riparo dove assopirsi e riposare… Ancora immobile, sentì un uccello volare nel cielo e abbattersi sulla foresta, e una piccola piuma si era posata sul suo bastone.

La notte divorava il cielo, il viaggio aveva inizio, il tempo era compiuto, aveva sussurrato lievemente con quel respiro di fumo che l’ora infine era giunta. Il vecchio non si scompose, accennò un passo lento, pesante, quasi eterno, verso l’ombra del bosco. Voci antiche ma vivide e puerili tornarono alla sua mente in un confuso e molteplice richiamo. L’occhio vigile era fisso, scintillante; quello cieco profondo come la stessa foresta.

odin1

Gáttir allir
áðr gangi fram
um skoðaz skyli
um skygnaz skyli;
Þvi at óvist er at vita
hvar ovinir
sitja á fleti fyrir.

“Tutte le porte
prima di varcarle
vanno spiate,
vanno scrutate,
ché dubbio sovviene
se nemici siedano
nella sala davanti.”

Hávamál, 1

Belus – La Caduta

Belus – La Caduta

Album: Ursa Major, Ursa Minor

On Youtube: https://youtu.be/Vpgs-fv8Gio

VERSIONE ITALIANA

Belus – La Caduta

Immaginate un mondo diverso, un futuro totalmente sconvolto in cui l’ordine “naturale” delle cose viene meno. Le risorse della Terra sono finite, il petrolio è terminato o il costo della sua estrazione supera il ricavo della vendita. Senza petrolio, la nostra società si sfalda: dall’impossibilità di trasportare i cibi da una parte all’altra del mondo alla mancata manutenzione di impianti di energia. Basta che soltanto un tipo di energia su cui si basa la nostra società si estingua e il futuro cambia radicalmente: niente più supermercati, abiti, trasporti, niente più internet, tecnologia, luce, gas, acqua. Potreste dire che questo panorama sia un po’ troppo apocalittico, ma prendiamo come esempio il peggio che possa capitare. L’estrema fiducia nella scienza e nella tecnologia sta iniziando a vacillare, il neo-positivismo presenta qualche crepa.

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L’ordine sociale dunque si scompiglia, si ritorna indietro nel tempo, ma con quali conseguenze? Siamo ancora capaci di vivere senza luce, gas, automobile, procacciandoci il cibo senza acquistarlo? Siamo ancora in grado di coltivare per noi stessi, senza macchinari, trattori e tecnologie moderne? Allevare bestiame e sopravvivere ai freddi invernali e alla siccità estiva?

La rivoluzione è in atto: quanti perderebbero la vita? Quanti potrebbero resistere a un semplice raffreddore, se l’unico riscaldamento possibile è quello del camino, della stufa, proprio di quella stufa che abbiamo buttato via perché vecchia e inutile?

Senza frigorifero e congelatore, i cibi marciscono in fretta. Le scatolette che ci siamo accaparrati prima del collasso stanno per finire. Perché non abbiamo comprato un maiale e qualche gallina? Che sprovveduti…

CHERNOBYL

E chissà come si coltiva la lattuga, in che periodo si piantano le patate, le carote, gli spinaci, le bietole, i cavoli… i pomodori sono seccati sulla pianta, l’insalata è stata divorata dalle lumache.

Indubbiamente, chi vive in campagna ha qualche speranza in più di sopravvivere, forse perché ha disponibilità di mezzi vecchi e rudimentali, forse perché ha sentito qualche anziano parlare dei metodi antichi. In città è il delirio, altro che l’apocalisse: si coltivano i giardini, ma la gente muore e si uccide, l’ordine sociale non si è ancora ristabilito. Il fiume è contaminato, non hanno nemmeno un ruscello per lavare i panni con la cenere. Si accendono fuochi negli alloggi e le persone muoiono intossicate. I bambini piangono affamati e rantolano. Per le strade è la guerra. Chissà per quanto ancora… finché la popolazione non sarà decimata e non sarà morto chi non sa badare a se stesso e deve prendere dagli altri il necessario; allora, gli abili superstiti potranno riorganizzarsi, salvaguardare la propria incolumità e creare una nuova società, non “civilizzata”. Forse le famiglie si uniranno in tribù, provvederanno ai beni necessari per la loro gente, trattando con le altre tribù. Ecco l’unica salvezza.

In campagna i terreni sono stati uniti e suddivisi nuovamente, secondo le necessità di ogni gruppo. I più avidi, coloro che con violenza o sotterfugi hanno cercato di accaparrarsi maggiori beni o terreni, sono stati allontanati o, nel peggiore dei casi, uccisi. Una nuova sostenibilità è nata dal cataclisma, dal collasso economico, dalla guerra, dallo scoppio nucleare che ha messo in ginocchio il mondo intero.

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Una nuova sensibilità verso la natura e i suoi frutti. Un nuovo habitat (che è l’habitat più antico, l’unico habitat, quello naturale) è rinato negli stessi luoghi, con le antiche tradizioni, le antiche saggezze. La vegetazione si impossessa delle città, dei palazzi, ingurgita tutta l’avidità umana, per farla sbocciare in un casto, puro verde. La natura è tornata, gli dei sono scesi sulla terra, con le loro leggi e le loro regole. Ecco la rinata spiritualità.

Tutto questo può avvenire domani, fra dieci anni, fra cento o fra mille. La ruota del tempo spazza via i residui dell’egoismo umano. La natura vince sempre e più abbiamo cercato di arrestarla, più l’abbiamo torturata, più l’impatto è stato devastante.

Ricordiamoci che ciò che lasciamo su questo mondo sarà il paesaggio in cui i nostri figli dovranno vivere. Ricordiamoci che un giorno, forse, vivremo di nuovo, nel sangue dei nostri pronipoti. Il pattume che ci lasciamo alle spalle sarà parte integrante del nostro panorama futuro, della nostra terra. La contaminazione minerà la vita dei nostri eredi, di noi stessi. Un giorno ricorderemo con disprezzo la nostra ottusità di adesso.

Hvars þú böl kannt,
kveð þú þér bölvi at
ok gef-at þínum fjándum frið.

“Where you recognise evil, speak out against it and give no truces to your enemies”

Hávamál 127

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Belus – Per uscire al giorno

Belus – Per uscire al giorno

Album: Ursa Major, Ursa Minor

On Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=Aq1MC-kn7mw

ENGLISH VERSION

Belus – Coming Forth by Day

The Egyptian funeral text called “Book of the Dead” collects a series of formulas, or rather single texts, combined with illustrations, starting with the word “ro”, that means “speech”, “formula”, “enchantment”. Their funcion is closely related with the funeral rite, i. e. to infuse into the dead a mystical knowledge of the afterlife, or to identify him with the divine.

In the ancient Egyptian religion the ritual of psichostasia was very important and, in particular, the weighing of souls (the heart) in presence of Osiris (the god reborn, therefore the god of the dead, the Moon, the Sun and the Nile). The weighing was task of the god Toth (god of magic, writing, mathematical and geometric sciences, represented with bird-head), and it consisted of putting on the plates of a scales the soul of the dead, led by the god Anubis (the dog Cerberus), and the sacred feather of Maat, goddess of Justice. Of course, the weight of the feather had to be bigger than the weight of the soul.

Book of the Dead
The weighing of the soul of the dead (the heart)

If we study thoroughly the name and the symbols of these texs, we understand that the Book of the Dead, “ru nu peret em heru”, was a magic and ritual formulary used to “simplify” the reincarnation of the ancestor. The literal meaning of the title is “Book of Coming Forth by Day”. The strangeness of the words “coming forth” (i. e. “go out”) and “day” in a funeral text makes us think that the book helps more an unborn child that a dead man condemned to eternal life. Indeed, this is the meaning: “coming forth by day” means “to be (re)born”. According to the myth, the dead who reads or interprets the formulas becomes himself the god who wrote them: Toth, the ibis. The symbolism of the bird undoubtedly bring us back to the popular one: the bird as life-bringer (the stork) and the migratory bird like the swallow returning in spring, season of the rebirth of nature (Ragnarǫk). This symbolism is already present in the Neanderthal tradition: the cave paintings depict flying birds sitting on sticks or figures half man and half birds, just as symbols of reincarnation and life. The bird Toth is therefore the one who brings life and the dead man who becomes the god is a metaphor of is own rebirth (the sperm reaches the egg).

Book of the Dead (Bird)
The “bird-soul” of the dead
pech merle_15 the wounded man
The “wounded man”, Pech Merle, Neanderthal site

In the same way we can interpret the presence of Osiris, god of the Moon and the dead, but also god of the Sun and the Nile. The god-sun of the afterlife, the god of night (the Sun’s death), is the double of Ra, the god of the Sun of noon. Ra has a sparrow head (hieracocephalus, as Horus) and he has the circle of the Sun above his head, surrounded by the ureus (the snake, symbol of the Eternal Return, but also of the umbilical cord). Ra is the fulfilment of reincarnation, i. e. the accomplished rebirth, he is the child. At night Ra falls in the afterworld, carried by the boat Mesektet, and he merges with Osiris. Osiris, god of the dead and the Nile, is the fetus in the womb, in the uterus, the one who feeds himself through the umbilical cord and, at the same time, he is the dead in the underworld waiting to be reborn. The umbilical cord ends in the placenta, that’s why Osiris is the god of the Nile: the river represented fertility and wealth, because the vegetation grew luxuriant around it and the crops were possible thanks to its silt, the residue left by the Nile after the yearly floods. Moreover, the delta, if seen from above, reminds the shape of a tree (Yggdrasill), and both refers to the umbilical cord and the ramifications of the placental blood vessels.

Osiris is the dead, but also the fetus who, with the blessing of Toth, will choose the ancestor, the dead who will reincarnate. For this purpose, the scales decides if the soul of the dead is good, that is, worthy of being born again. In addition, the hat of Osiris has horns and feathers, both symbols of rebirth: the feathers are linked to the symbolism of the bird, the horns symbolize the struggle for life during the reproductive period of the bovids.

Book of the Dead (Osiris)
The dead was named “Osiris” in the formula: Osiris [name]

So, why does the dead become a god? In order to access the afterlife, the Fields of rushes (here, the rush can represent the umbilical cord) and before being judged by Toth and Osiris, the soul have to undertake an initiatory path: the dead climbs hills and descends into caverns (symbols of the womb) and he have to face animals and terrible anthropomorphic beasts (he must fight to be reborn, to reach the egg. See also the initiatory path of the Kumari in Nepal). After that, if he has passed the tests (if he proved honourable), he will be judged worthy of being (re)born. His soul (ba and akh) will rejoin Ra in order to cross the sky on the boat of Sun and to defeat Apopi, the enormous serpent: i. e. to defeat symbolically the snake-umbilical cord, to be born (or reborn), to “coming forth by day”… thus the dead becomes the bird Toth, symbol of rebirth, and Osiris, the fetus in the womb that chooses the ancestor, finally Ra, the newborn, the ancestor reincarnated.

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Apopi: the umbilical cord

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VERSIONE ITALIANA

Belus – Per uscire al giorno

Album: Ursa Major, Ursa Minor

2014

On Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=Aq1MC-kn7mw&feature=youtu.be

L’antico testo funerario egizio chiamato “Libro dei morti” raccoglie una serie di formule, o meglio singoli testi accompagnati da illustrazioni che iniziano con la parola ro, cioè “discorso”, “formula”, “incantesimo”. La loro funzione è strettamente legata al rito funebre: infondere nel defunto una conoscenza mistica dell’aldilà o identificarlo con la divinità stessa.

Nella religione egizia era di fondamentale importanza il rito della psicostasia, cioè la pesatura dell’anima del defunto (del cuore) al cospetto del dio Osiride (il dio resuscitato, quindi il dio dei morti, della Luna, del Sole e del Nilo). La pesatura era compito del dio Thot (dio della magia, della scrittura, delle scienze matematiche e geometriche, rappresentato con testa di ibis) e consisteva nel riporre sui piatti di una bilancia l’anima del defunto, accompagnata dal dio Anubi, e la piuma sacra di Maat, dea della giustizia. Il peso della piuma, naturalmente, doveva essere maggiore di quello dell’anima.

Libro dei morti
La pesatura dell’anima del defunto (cuore) operata da Thot di fronte a Osiride

Se andiamo ad approfondire il nome e i simboli presenti in questi testi, possiamo interpretare il Libro dei morti, “ru nu peret em heru”, come un formulario magico e ritualistico atto a facilitare la reincarnazione del defunto. Il significato letterale del titolo è infatti “libro per uscire al giorno”. La stranezza delle parole uscire e giorno in un testo funerario ci fa pensare che il libro sia indirizzato più a un bambino nascituro che a un morto condannato alla vita eterna. Ed è infatti questo il senso: per uscire al giorno vale a dire “per uscire alla vita”, cioè (ri)nascere. Secondo il mito, il defunto che legge o interpreta le formule diventa il dio che le ha scritte, cioè Thot, l’ibis. La simbologia aviaria si può ricondurre senza dubbio a quella popolare, meglio conosciuta: l’uccello come portatore di vita (la cicogna, ad esempio) e l’uccello migratore come la rondine che ritorna in primavera, stagione della rinascita della natura (Ragnarǫk). Questa simbologia è presente già nella tradizione Neanderthal: le pitture rupestri raffigurano uccelli in volo, posati su bastoni o figure mezze uomo e mezze uccello, proprio come simboli di rinascita e di vita. L’uccello Thot è quindi colui che porta la vita e il defunto che si impersona in lui è metafora della sua stessa rinascita.

L'anima uccello
Anima-uccello del defunto
Pech Merle
“L’uomo ferito”, Pech Merle, Neanderthal

Allo stesso modo si può interpretare la presenza di Osiride, dio della Luna e dei morti, ma anche del Sole e del Nilo. Il dio-sole dell’aldilà, della notte, è la controparte, l’altra faccia della medaglia di Ra, il dio del sole del meriggio. Ra è ieracocefalo (testa di sparviero) e ha il disco del sole sul capo circondato dall’ureo (il serpente, simbolo dell’eterno ritorno ma anche del cordone ombelicale), è il compimento della reincarnazione, cioè l’avvenuta (ri)nascita, è il bambino. Ma di notte Ra scende nell’oltretomba sulla barca Mesektet, fondendosi a Osiride. Osiride, dio dei morti che rappresenta anche il Nilo, è il feto nel grembo materno, nell’utero, che si nutre attraverso il cordone ombelicale e, contemporaneamente, il defunto nel “regno dei morti” che attende di rinascere. Il cordone ombelicale termina nella placenta, ed ecco perché Osiride è il dio del Nilo: per gli egizi il fiume rappresentava la fertilità, l’abbondanza, perché attorno ad esso la vegetazione cresceva rigogliosa e le coltivazioni erano possibili grazie al limo, la terra residuale che il Nilo lasciava dopo le inondazioni. Il delta del fiume ricorda inoltre un albero (Yggdrasill), ed entrambi rimandano al cordone ombelicale e alle ramificazioni dei vasi sanguigni della placenta.

Quindi Osiride è il feto che con la benedizione di Thot sceglierà l’antenato, il defunto in cui reincarnarsi e, perché questo possa accadere, la bilancia decide se la sua anima è buona, cioè degna di rinascere. Inoltre il copricapo di Osiride presenta corna e piume, altri due simboli di rinascita: le piume sono riconducibili alla simbologia dell’uccello, mentre le corna sono il simbolo della lotta per la vita nel periodo riproduttivo dei bovidi.

Libro dei morti (Osiride)
Il defunto veniva appellato “Osiride” nelle formule: l’Osiride [nome].

Ma perché il defunto diventa dio? L’anima del defunto per accedere alle soglie dell’aldilà, i Campi dei giunchi (il giunco sembra rappresentare il cordone ombelicale) e prima di essere posta sotto giudizio da Thot e Osiride, deve sostenere un vero e proprio percorso iniziatico: attraversa cancelli, colli e caverne (simboli del grembo materno) e deve affrontare animali e bestie antropomorfe terribili (deve lottare per la vita, per raggiungere l’ovulo). Dopo ciò, se avrà superato la prova (se si dimostrerà valoroso), dovrà essere giudicato degno di rinascere, e la sua anima (ba e akh) si ricongiungerà con Ra per attraversare il cielo sulla barca solare e per sconfiggere Apopi, rappresentato come un enorme serpente: quindi per sconfiggere simbolicamente il serpente-cordone ombelicale, cioè per venire al mondo, per uscire al giorno… e così il defunto diventa l’uccello Thot, simbolo di reincarnazione, e Osiride, il defunto che deve rinascere e il feto nel grembo materno, quindi Ra, il bambino nato, l’antenato finalmente reincarnato.

Apopi
Il serpente Apopi, simbolo del cordone ombelicale e del cordone prolassato

Belus, Per uscire al giorno on Youtube