Belus – La Caduta
Album: Ursa Major, Ursa Minor
On Youtube: https://youtu.be/Vpgs-fv8Gio
VERSIONE ITALIANA
Belus – La Caduta
Immaginate un mondo diverso, un futuro totalmente sconvolto in cui l’ordine “naturale” delle cose viene meno. Le risorse della Terra sono finite, il petrolio è terminato o il costo della sua estrazione supera il ricavo della vendita. Senza petrolio, la nostra società si sfalda: dall’impossibilità di trasportare i cibi da una parte all’altra del mondo alla mancata manutenzione di impianti di energia. Basta che soltanto un tipo di energia su cui si basa la nostra società si estingua e il futuro cambia radicalmente: niente più supermercati, abiti, trasporti, niente più internet, tecnologia, luce, gas, acqua. Potreste dire che questo panorama sia un po’ troppo apocalittico, ma prendiamo come esempio il peggio che possa capitare. L’estrema fiducia nella scienza e nella tecnologia sta iniziando a vacillare, il neo-positivismo presenta qualche crepa.

L’ordine sociale dunque si scompiglia, si ritorna indietro nel tempo, ma con quali conseguenze? Siamo ancora capaci di vivere senza luce, gas, automobile, procacciandoci il cibo senza acquistarlo? Siamo ancora in grado di coltivare per noi stessi, senza macchinari, trattori e tecnologie moderne? Allevare bestiame e sopravvivere ai freddi invernali e alla siccità estiva?
La rivoluzione è in atto: quanti perderebbero la vita? Quanti potrebbero resistere a un semplice raffreddore, se l’unico riscaldamento possibile è quello del camino, della stufa, proprio di quella stufa che abbiamo buttato via perché vecchia e inutile?
Senza frigorifero e congelatore, i cibi marciscono in fretta. Le scatolette che ci siamo accaparrati prima del collasso stanno per finire. Perché non abbiamo comprato un maiale e qualche gallina? Che sprovveduti…

E chissà come si coltiva la lattuga, in che periodo si piantano le patate, le carote, gli spinaci, le bietole, i cavoli… i pomodori sono seccati sulla pianta, l’insalata è stata divorata dalle lumache.
Indubbiamente, chi vive in campagna ha qualche speranza in più di sopravvivere, forse perché ha disponibilità di mezzi vecchi e rudimentali, forse perché ha sentito qualche anziano parlare dei metodi antichi. In città è il delirio, altro che l’apocalisse: si coltivano i giardini, ma la gente muore e si uccide, l’ordine sociale non si è ancora ristabilito. Il fiume è contaminato, non hanno nemmeno un ruscello per lavare i panni con la cenere. Si accendono fuochi negli alloggi e le persone muoiono intossicate. I bambini piangono affamati e rantolano. Per le strade è la guerra. Chissà per quanto ancora… finché la popolazione non sarà decimata e non sarà morto chi non sa badare a se stesso e deve prendere dagli altri il necessario; allora, gli abili superstiti potranno riorganizzarsi, salvaguardare la propria incolumità e creare una nuova società, non “civilizzata”. Forse le famiglie si uniranno in tribù, provvederanno ai beni necessari per la loro gente, trattando con le altre tribù. Ecco l’unica salvezza.
In campagna i terreni sono stati uniti e suddivisi nuovamente, secondo le necessità di ogni gruppo. I più avidi, coloro che con violenza o sotterfugi hanno cercato di accaparrarsi maggiori beni o terreni, sono stati allontanati o, nel peggiore dei casi, uccisi. Una nuova sostenibilità è nata dal cataclisma, dal collasso economico, dalla guerra, dallo scoppio nucleare che ha messo in ginocchio il mondo intero.

Una nuova sensibilità verso la natura e i suoi frutti. Un nuovo habitat (che è l’habitat più antico, l’unico habitat, quello naturale) è rinato negli stessi luoghi, con le antiche tradizioni, le antiche saggezze. La vegetazione si impossessa delle città, dei palazzi, ingurgita tutta l’avidità umana, per farla sbocciare in un casto, puro verde. La natura è tornata, gli dei sono scesi sulla terra, con le loro leggi e le loro regole. Ecco la rinata spiritualità.
Tutto questo può avvenire domani, fra dieci anni, fra cento o fra mille. La ruota del tempo spazza via i residui dell’egoismo umano. La natura vince sempre e più abbiamo cercato di arrestarla, più l’abbiamo torturata, più l’impatto è stato devastante.
Ricordiamoci che ciò che lasciamo su questo mondo sarà il paesaggio in cui i nostri figli dovranno vivere. Ricordiamoci che un giorno, forse, vivremo di nuovo, nel sangue dei nostri pronipoti. Il pattume che ci lasciamo alle spalle sarà parte integrante del nostro panorama futuro, della nostra terra. La contaminazione minerà la vita dei nostri eredi, di noi stessi. Un giorno ricorderemo con disprezzo la nostra ottusità di adesso.
Hvars þú böl kannt,
kveð þú þér bölvi at
ok gef-at þínum fjándum frið.
“Where you recognise evil, speak out against it and give no truces to your enemies”
Hávamál 127
