Belus – Il Viandante
Album: Ursa Major, Ursa Minor
Music on Youtube: https://youtu.be/S5GqtLNjUec

Le soglie della foresta erano dipinte di un biondo serale, mentre le foglie quasi inermi dondolavano impercettibilmente invocando il silenzio notturno. Il passaggio di qualche piccolo animale fece frusciare i cespugli rigogliosi, gravidi di bacche sanguigne. Qualche bacca carnosa precipitò danzando con gli ultimi balzi di vita: da quel momento iniziò a imputridire.
Il sentiero era nascosto dai grandi fusti scuri degli alberi e dalle fronde che ciondolavano abbandonate, come in un sublime inchino. Il sentiero era di terra battuta, ma il raro passaggio di carri e persone l’aveva fatto germogliare di radici a fior di terra, arbusti e piante infestanti in cui sembrava immergersi come un molo sul mare; a tratti riemergeva da quella flora scura, scintillando di una brillantezza serpentina, un longilineo mostro le cui scaglie umide riflettevano i deboli raggi solari spezzati. L’orizzonte si perdeva dietro la barriera della vegetazione, ondeggiava sul suolo irregolare di massi, muschi e radici. Il rovere si mescolava a un vago e delicato profumo di rosa, che invase le narici attente ed esperte del Viandante immobile sulla soglia del bosco. Certi odori, profumi, suoni e giochi di luce gli ricordavano sensazioni trascorse da secoli, come se le avesse provate un attimo prima. Malattie curate con unguenti e decotti, giorni trascorsi ad attraversare intere pianure, dolori accecanti su campi di battaglia e poi il vuoto, la morte, amnesia, e non ricordava il passaggio, il filo che univa la sua vita a quei pensieri. Quale vita?
Il Viandante era fermo, immobile ai piedi della foresta, impugnava il bastone nodoso come i rami degli alberi che sembravano accoglierlo, invitarlo ad entrare, il lungo mantello scuro cadeva inerme fino a terra. Con un solo occhio, guardava perso le profondità della foresta. Pensava al cammino compiuto e a quello a venire.
Era lì un momento prima, ricordava di esserci stato da sempre. E sentiva voci sussurrare nella sua mente che lo chiamavano come pensieri che tornano, come ricordi smarriti che all’improvviso si manifestano, epifanie di chissà quale vita vissuta. I segreti delle pietre si erano aperti, li aveva letti senza difficoltà, e ora sembravano invadere la sua mente. Quell’istante in cui era fermo sulla soglia dello sconosciuto abisso, quel momento si espandeva nei secoli, nelle ere, e prendeva forme diverse, ricordi altrui. Lì, alle porte della foresta, il Viandante era solo, attendeva, osservava i pensieri che si scolpivano nella sua mente. Lì, egli ricordava ma non comprendeva, come in estasi; un fluire di memorie nella sua immobilità avviluppava il mondo circostante. Ogni sensazione era un ricordo. Una piccola piuma si era posata sul suo bastone.
Quando il tempo gli avrebbe consigliato di procedere, avrebbe fatto un altro passo verso gli alberi. L’anello d’oro scintillava come un secondo sole, riflettendo la luce del primo che scuriva in un porpora acceso. L’astro era prossimo a scomparire dietro alle vette dei monti, alle spalle del vecchio. Ma la strada che aveva percorso il Viandante non era un’unica strada, era un insieme di vie, di tramonti, di anni, come un fascio di erbe aromatiche tutte diverse, in un profumo acre e confuso. Bisognava discernerle, sfilarne una alla volta, per poterle riconoscere. E per distinguerle, necessitava di un pensiero superiore, acquisito con l’esperienza e con il ricordo di altri anni immemorabili, raccontati, passati di parola in parola, di età in età, simboli della Tradizione di cui lui era il custode. E una piccola piuma si era posata sul suo bastone.

Ecco l’artemisia, l’erba di Artemide, che aveva alleviato la sofferenza di una ferita, e l’ombelico di venere, quand’era stato vecchio una volta. Ecco la salvia dei prati, quel profumo di pietanze consumate nell’ormai scomparsa osteria, sosta di un viaggio di secoli fa, ed ecco la clematide con quell’ape all’interno del fiore che frugava vorace nell’amato giardino, così antico che il suo ricordo è diventato tutto quel piccolo fiore biancastro. Ecco la fumaria, la compagna delle lunghe sere in cui non riusciva a dormire e il cuore batteva veloce, bevanda gradita il cui profumo riempiva la ciotola e tutto l’ambiente ai piedi del fuoco quasi soffocato sotto le braci. Ed ecco l’alchimella fiorita, compagna della traversata sotto il sole cocente di giugno, e l’anice che aveva curato la nausea su quell’orribile mare. Ecco la piantaggine, ultimo profumo che aveva avvertito mentre rantolava col viso a terra, trafitto da una lancia sconosciuta, quel giorno in cui era morto sul valico.
Le nuvole si impossessarono del cielo, mentre gli ultimi raggi solari formavano fasci sanguigni, corone dei monti. Dalle profondità del bosco proveniva una sinistra aria fredda, soffiata dalle conche dei massi, sotto le radici degli alberi, respiro dei muschi. Forse un fiume si snodava poco distante. Un fiume tetro che scorreva giù dalla notte. Gli animali cercavano riparo per il riposo notturno, un riparo sicuro. E il riparo del vecchio sarebbe stata l’intera foresta, ampia come un grembo in cui la vita muore e rinasce. Quando l’ultimo raggio di sole scomparve, lasciando dietro di sé un bagno di luce sparsa e fugace, dall’interno del bosco il Viandante sentì provenire un filo di fumo, odore acre di legna bruciata. Un bivacco o una capanna? Un riparo ulteriore, più piccolo e intimo. Un riparo dove assopirsi e riposare… Ancora immobile, sentì un uccello volare nel cielo e abbattersi sulla foresta, e una piccola piuma si era posata sul suo bastone.
La notte divorava il cielo, il viaggio aveva inizio, il tempo era compiuto, aveva sussurrato lievemente con quel respiro di fumo che l’ora infine era giunta. Il vecchio non si scompose, accennò un passo lento, pesante, quasi eterno, verso l’ombra del bosco. Voci antiche ma vivide e puerili tornarono alla sua mente in un confuso e molteplice richiamo. L’occhio vigile era fisso, scintillante; quello cieco profondo come la stessa foresta.

Gáttir allir
áðr gangi fram
um skoðaz skyli
um skygnaz skyli;
Þvi at óvist er at vita
hvar ovinir
sitja á fleti fyrir.
“Tutte le porte
prima di varcarle
vanno spiate,
vanno scrutate,
ché dubbio sovviene
se nemici siedano
nella sala davanti.”
Hávamál, 1