Belus – Lungo la riva dell’Averno
Album: Ursa Major, Ursa Minor
Music on Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=6P-NJirAIzI&feature=youtu.be
Dopo ore, forse giorni o anni, secoli di cammino, il Viandante aveva perso l’orientamento: non importava dove andare, perché il dove e il quando lo avrebbero suggerito le radici, le foglie, i rami degli alberi, le pietre ammantate di muschio, lo avrebbero condotto gli insetti minuscoli con la loro danza sublime e cantante, e il fruscio del vento lo avrebbe accompagnato.
Il tempo non era maturo, ancora doveva vagare, e camminando si sentiva leggero, più libero. Il fardello degli anni sembrava levarsi dalla sua pelle, evaporare, la stanchezza negli occhi appassiva, ma il suo corpo seguiva uno strano processo, si asciugava, rinsecchiva. Il peso della materia non sembrava ostacolarlo, la gravità che tiene al suolo le cose del mondo sembrava diminuire nel bosco e la sua mente avvertiva quel processo, ne era partecipe.
I ricordi erano confusi, non si distinguevano, erano uniti in un amalgama informe, diventavano una massa grigiastra man mano che entrava nel più profondo della foresta. Reminiscenze sconosciute l’avevano intimorito prima, secoli prima, ora solo qualche sensazione si distingueva come un profumo effimero, un colore non nitido. Ma i pensieri, le memorie affollavano la sua mente, entravano e uscivano con violenza. La sua mente volava, separata dal resto del corpo, a mezz’aria. Aveva la sensazione di potersi osservare dall’alto mentre camminava: procedeva senza fatica ma lentamente, forse era il tempo che si sospendeva attorno a lui, al suo corpo o alla sua mente, o forse era lui stesso che avanzava con passi interminabili. Tutto era confuso, aggrovigliato. In certi momenti credeva di essere ben radicato nel terreno, come una lunga escrescenza delle radici del bosco, degli alberi, del suolo. Sentiva la sua metà legata a lui, alla mente, ed era contemporaneamente l’altra parte e questa, unite da un filo invisibile da cui scaturiva un torrente d’essenza presente, un legame che sentiva.

Il rumore dello scorrere d’acqua, leggero e lento, costante, lo richiamava e sembrava molto vicino. Il Viandante scoprì di non vedere più con gli occhi del corpo: avvertì un fiume gettarsi in un lago nero ma limpido, lo percepì con una vista interiore che aveva sperimentato soltanto come memoria, nella sua mente. Vicino alla sponda percepì alcuni massi, una specie di porta che si apriva sul lago, carica di energia che, simile ad un magnete, lo attirava. Oltrepassò le tre pietre, due di lato e una trasversale, e si immerse nell’acqua che non sentì sfiorare la sua pelle, ma che pian piano dissolse la confusione dei suoi pensieri. L’acqua era come una nuova dimensione tiepida, inodore e leggera come l’aria che circonda un corpo avvezzo al suolo terrestre, ma popolata dai ricordi che fuoriuscivano dalla sua mente, creando una corrente di immagini, e altre persone, volti, mani erano trascinati, uniti alla sua mente, pensieri, ma già essenze a sé stanti travolte da immemorabile tempo, sgorgate da chissà quale fonte. E parole, parole unite, incomprensibili e spezzate correvano, odori confusi, suoni cacofonici come un unico molteplice urlo. Ma i suoni nella mente del Viandante, le voci e i rumori, assieme a tutti i ricordi, iniziarono a decrescere, l’intensità andava ad esaurirsi, creando un concerto indistinto all’esterno, lontano, sempre più lontano. E, ad un tratto, il silenzio. Il Viandante smise di riconoscere l’esterno e sé stesso, il pensiero collassò, svuotato di ogni idea, diventando idea esso stesso. Riempitasi di nulla, completamente priva di memorie, non plasmabile dall’esterno, la mente del Viandante cessò ogni attività, immergendosi in un liquido nulla, incolore, come un contenitore vuoto ricoperto di soffice ovatta. Percepiva l’incomunicabile, il non detto, il non immaginato: era pensiero.

“Deyr fé,
deyja frændr,
deyr sjalfr it sama,
en orðstírr
deyr aldregi
hveim er sér góðan getr”
“Muoiono le mandrie,
muoiono i familiari,
morirai anche tu allo stesso modo.
Ma la fama
non muore mai
per chi ne ha una buona”