Belus – Attraversando la foresta in cerca della dimora del nano (Metempsicosi)
Album: Ursa Major, Ursa Minor
Music on Youtube: https://youtu.be/3tTbey_7r9k
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In un tempo indefinito nel trascorrere degli anni, dei secoli, un giudizio si formulò. Quando l’uomo si svegliò, non ricordava nulla di ciò che era successo, senza avere conoscenza di quanto tempo fosse trascorso. Giaceva a terra ai piedi di un portale, tra due grandi massi ricoperti di muschio. Si trovava in una immensa, oscura foresta. Il tempo gli sussurrava che era giunto il momento di alzarsi e procedere. Un sentimento intimo, come l’avesse sempre saputo dentro di sé. Vide il suo bastone piantato nel terreno e sulla punta di esso, un piccolo uccello bianco era appollaiato, immobile. Si avvicinò e lo estrasse, ma l’animale non sembrò impaurito. Poi vide possenti pareti di roccia incise, solcate da lunghi graffi. Entrò in una gola stretta: nonostante l’oscurità della notte, l’uomo poteva vedere distintamente le figure e i contorni delle cose. I solchi sulla nuda roccia erano profondi, incisi da una bestia in preda al panico o impazzita. Ma i graffi sembravano trasformarsi in indicazioni, come se fossero chiari segnali, e seppe come proseguire, mentre le forme diventavano più dolci, dove l’istinto si trasformava in segno e l’incoscienza in coscienza. E i labirinti dipinti, incisi o solcati sulle pareti mostrarono il simbolo, la runica parola, l’indicazione che il viaggio non era terminato: doveva cercare dentro sé stesso, nel profondo della sua essenza per trovare la via d’uscita. Sentì un oggetto caldo stretto nella mano, la aprì e vide un ciondolo, una moneta d’oro. Lo ripose nel borsello legato alla cintura e iniziò a camminare.
Ecco di nuovo il profumo del legno arso, l’acre odore che aveva respirato da immemore tempo. Sapeva di avere avuto dei ricordi, ma quei ricordi ora non gli appartenevano, erano stati lavati via dalla sua mente, erano fuggiti, come immersi in un liquido alcolico per essere lasciati riposare ma, al contempo, per essere preservati.

Riconobbe le incisioni: qualcuno le aveva lasciate. Istintivamente, prese una pietra appuntita e incise un altro segno, il settimo di una fila incompleta. Sapeva che l’avrebbe ritrovato. Procedette tra le alte pareti, il suolo saliva e si avvicinava al congiungimento delle rocce sopra la sua testa, dovette aiutarsi con le mani per mantenere l’equilibrio, un senso di soffocamento lo invase. L’agitazione saliva ad ogni passo, le mani appoggiavano sulla roccia stranamente tiepida, di un torpore innaturale. Poi, all’improvviso, i massi si fecero bassi, non arrivavano più a toccarsi sulla cima, e vide ancora la foresta. Un sentiero più lineare e agevole si apriva di fronte all’uomo che, come per liberarsi di quel senso di malessere, pianse, vedendo gli alti fusti degli alberi, il verde scuro e bluastro del bosco notturno.
I passi dell’uomo risuonavano sul terriccio. Ma il rumore fu coperto da forti ululati di bestie che si avvicinavano. L’uomo vide un grosso animale dal pelo grigio e liscio che lo seguiva tra i fusti degli alberi. A intermittenza appariva e scompariva e il cuore dell’uomo iniziò a tremare. Un lungo ululato seguì dall’altro lato, e un altro ancora. L’uomo, camminando a passo sempre più rapido, comprese che quegli animali dal muso affilato lo stavano seguendo da tempo. Gli occhi scintillavano di avidità, le zampe si muovevano veloci, agili, e i musi lo fecero inorridire: le fauci aperte grondavano sangue nero. All’improvviso l’uomo cedette, e come trasportato da una forza esterna che si impossessò del suo corpo, del suo essere, iniziò a correre sempre più veloce. Gli animali lo inseguirono: correvano ma non riuscivano ancora a raggiungerlo. Accelerò ancora e si ripromise di non guardarsi alle spalle, per non vedere i selvaggi musi, i denti affilati, gli occhi ammalianti e bramosi.

Gli alberi si infittirono e le radici tornarono a ghermire il sentiero, un cumulo di basse pietre levigate bloccarono il passaggio. L’uomo vi si arrampicò, mentre le belve saltavano e il suono delle fauci che si chiudevano vicino alle sue gambe lo fece precipitare nel panico: la roccia si confuse, i muschi scivolosi e unti divennero una massa informe, nera, i fusti degli alberi formarono una fitta rete, come un’immensa ragnatela. Una volta salito in cima al masso più alto, il settimo, il dislivello lo fece barcollare e le vertigini si impossessarono della sua vista. Iniziò a correre, mentre le bestie erano già riuscite a raggiungerlo. Intorno all’uomo tutto sembrava crollare, il respiro divenne affannoso, sentiva il sangue pulsare nelle sue vene, nei suoi fragili capillari, mentre il cuore bloccava i polmoni e la mente sembrava annebbiata da una foschia confusionale. Procedendo, l’uomo non si accorse di non vedere più distintamente le cose, ma l’istinto lo conduceva, lo portava per mano, come se le gambe si muovessero da sole e sapessero con precisione dove dirigersi. Una nebbia lattea si diffuse tra gli alberi, una sostanza densa e quasi palpabile nella quale l’uomo pareva nuotare, ansimando, come se stesse per annegare.
Ad un tratto la luce notturna, quel chiarore oscuro e bluastro cessò, immergendo l’ambiente in un grigio bagnato. Gli alberi erano velati ma palpitanti. In quell’istante l’uomo si accorse di essere fermo, teneva il bastone tra le mani, sulla punta del quale il piccolo uccello era appollaiato, come se la corsa e l’affanno, tutta l’agitazione e il delirio di qualche attimo prima non fossero avvenuti. Il pensiero delle bestie che lo seguivano si era spento, non ricordava, e le belve erano scomparse dietro di lui, o forse dentro di lui. Sentì di nuovo l’odore acre del fumo mischiarsi con il muschiato della nebbia e della vegetazione. Un calore odoroso si faceva largo tra il freddo e l’umidità dell’aria. E un bagliore rossastro, palpitante, pareva provenire da dietro un gruppo di alberi. Procedette verso quella luce diffusa che dipingeva appena la nebbia, sentendo il calore pervadere il suo corpo, mentre gli arti ancora vibravano di adrenalina.

Era una bassa capanna con i muri scuri di pece, il tetto di paglia sostenuto da travi di legno e un comignolo che sputava fumo abbondante e leggero. Su una finestra, l’unica, un cestello coperto di panni ricamati si colorava della luce fulva che proveniva dall’interno. La porta era piccola, un asse di legno possente e vecchio; l’uomo si avvicinò, la spinse, era aperta. Sulla soglia vide l’interno: un letto e, sulla parete di fronte all’ingresso, un camino ospitava un vivido fuoco. L’uomo entrò con deferenza, il calore del fuoco era piacevole in quell’ambiente stretto, accogliente. Un letto e un tavolo erano gli unici arredi, e sul tavolo sette statuette di pietra rappresentavano una fila di puerpere. Si avvicinò al letto: si sentiva stanco, lo era da secoli. La capanna sembrava costruita per una misura d’uomo decisamente minore di quella di un adulto, perciò l’uomo doveva restare chino: solo nella parte centrale del tetto la trave di sostegno era più alta. Appoggiò il bastone con il volatile immobile ritto sulla sponda del letto e quando fece per sedervisi sopra, vide qualcosa muoversi al di sotto della coperta rossa. Tirò la coperta e vide un neonato bianco divincolarsi e guardarlo, sorridere e indicarlo con un piccolo dito. Un attimo dopo aprì gli occhi e si accorse di essere disteso sul letto che, da quella prospettiva, era molto più grande rispetto a quanto sembrasse prima. Vide l’uccello sul bastone spiegare le ali e volare fuori dalla porta socchiusa. Un mantello giaceva ai piedi del letto. Si sentiva ricoperto di una sostanza appiccicosa, biancastra. Fece per muoversi ma non riuscì a voltarsi. La stanza sembrava più grande, immensa, e lui guardava con occhi curiosi il mondo circostante, confuso, scoprendo ad ogni sguardo un oggetto, qualcosa di nuovo che lo stupiva e lo incuriosiva. Indicava con un dito un punto fisso verso la porta che una folata di vento aprì piano. Una luce irruppe nella stanza, calda e gioiosa. Fuori il sole era sorto.
